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Una bella storia

Maurizio ci regala questa bellissima storia.

Shine è un trotter di cinque anni, Chiara è la sua padrona.

Chiara ha frequentato una scuola di equitazione per un po’ di tempo e dopo aver imparato le basi della monta inglese, avendo una casa con del terreno attorno, decide di comprare un cavallo.

Forse la scelta è stata un po’ avventata. Le scuole di equitazione non sempre, anzi, quasi mai, ti insegnano come si tiene un cavallo. Queste cose le devi osservare, rubare, devi volerlo fortemente, perché pochi te le insegnano.

Shine è arrivato a casa di Chiara da due anni, lui ha un paddock tutto per sé e la sera rientra nel box.

In realtà è un po’ solo, i due cani non interagiscono molto con lui, loro hanno altri spazi ancora più grandi e Shine non li vuole nel suo paddock.

Shine è un cavallo che non ama farsi coccolare, non si concede facilmente, è un maschio dominante che da troppo tempo vive solitario. Alla solitudine ci si abitua e poi è lei a diventare la nostra compagna quasi che il resto del mondo ci irrita, ci infastidisce.

Così un giorno mia cugina, amica della Chiara mi chiede di andare a vedere questo cavallo, Shine, a suo dire ingestibile ed indomabile.

Per me ogni cavallo nuovo è una fonte inesauribile di esperienza.

Tutte le teorie sulle dome dolci e quant’altro sono aria fritta se poi non c’è l’esperienza, lo scontrarsi con individui diversi e cercare di capire chi sono e di cosa hanno bisogno.

Ed io quello che so l’ho imparato più guardando come diverse persone si approcciavano ai cavalli solo leggendo libri (anch’io del resto leggo molto, ma non basta).

Ho preso Shine e dal box l’ho portato nel suo paddock. Gli ho tolto la capezza e l’ho liberato.

Io, sono rimasto nel paddock facendo gli affari miei.

Girovagavo osservando e annusando le cose. Strappavo l’erba e quando c’erano dei rumori mi alzavo nella loro direzione osservando ciò che li aveva creati.

Cercavo di essere attento a tutto. Di elevare i miei sensi. Shine non era contento di avermi lì. Faceva finta di ignorarmi ma strappava l’erba con rabbia e ogni tanto effettuava delle sgroppate rabbiose.

Non riusciva ad accettarmi. Questo era il suo modo di porsi di fronte ad ogni richiesta che gli veniva fatta.

Dava di matto per qualsiasi cosa, ogni distrazione era un pretesto.

Chiara di lui ora aveva paura. Era difficile portarlo fuori dal box e riportarlo dentro. Era impossibile mettergli una sella, le sue reazioni erano sempre esagerate.

Successivamente, visto che il cavallo mi ignorava, ho chiesto a Chiara di buttare un palla nel paddock tra me e lui. Ogni lancio di palla io correvo verso di lei ad annusarla mentre Shine si allontanava di corsa.

Poi io la ributtavo fuori dal maneggio e Chiara me la ributtava dentro.

Pian piano Shine ha cominciato ad interessarsi alla palla e l’ha annusata. Poi ho fatto lo stesso con altri oggetti.

Un trattore che lavorava nei dintorni creava ogni tanto scompiglio e Shine gli correva incontro sbuffando dalle narici. Anche io lo facevo anticipandolo per poi tranquilizzarlo con il mio atteggiamento. Cominciavamo ad interagire.

Il secondo rituale dell’abbeverata, che io non conoscevo, lo facevo già chiamandolo destrutturazione mentale del cavallo. Lo guardavo, mi avvicinavo e mi facevo annusare. Se lui si allontanava io facevo lo stesso.

Dovevo fare in modo che lui non prevedesse ciò che io volevo ed io stesso dovevo essere in grado, qualora lui non accettasse una mia richiesta, a non insistere.

Tutto questo non bastava, la sua dominanza era tale che era più forte in lui la voglia di lottare e mandarmi via piuttosto che la voglia di interagire in modo diverso. Si metteva di fianco con le orecchie indietro e mi guardava.

Questo atteggiamento l’ho considerato comunque positivo rispetto al disinteressamento iniziale.

Ho cominciato a mandarlo via dal territorio imponendo la mia presenza.

Lui mi guardava e scappava mentre io semplicemente camminavo qua e là.

In mano avevo un semplice frustino che usavo ritmicamente.

Poi tornavo al centro e mi sedevo sull’erba insieme a Chiara e parlavamo tra di noi.

Notavo in Shine le due anime, quella che diceva, vorrei stare con voi e quella che ci avrebbe voluti fuori dal suo paddock.

Finalmente, dopo due ore Shine si avvicina e rimane fermo davanti a noi.

Gli faccio annusare la sua capezza che io avevo annusato precedentemente, gliela infilo e poi gliela sfilo di nuovo premiandolo con un po’ di mangime.

Se non avesse voluto non gliela avrei messa, sarei andato via. Questa operazione è delicata, bisogna essere in grado di essere noi, essere umani, privi di obiettivi.

Se accetta la infilo altrimenti no.

Quello che cerco di fare è abituare il cavallo ad annusare ciò che annuso io.

Odio usare il mangiare come mediatore e se lo faccio è in casi estremi.

Shine per la prima volta è fermo e si lascia accarezzare in tutte le sue parti. Era estremamente evidente il cambiamento nel suo sguardo. Sapevo che in quel momento potevo fidarmi. Gli giravo attorno e lo accarezzavo con garbo. Lui era rilassato e sereno.

 

Chiara era molto contenta di vedere per la prima volta Shine in quello stato.

Una settimana dopo sono ritornato da Shine.

Tutto è ricominciato nello stesso modo e l’unica aspettativa che avevo era poter arrivare allo stesso risultato in meno tempo.

Così è successo.

Ho cominciato così a camminare insieme a Shine. Per me camminare con il cavallo significa alternare le posizioni ed i ruoli. Camminare a fianco toccandolo ogni tanto sul collo, camminare davanti a lui, camminare dietro di lui. Poi, vedendolo molto attento a me ed al mio atteggiamento corporeo, mi piegavo verso terra come fossi un quadrupede e scrutavo il terreno. Quando andavo verso Shine lui si spostava e mi dava spazio.

Questa operazione è fantastica, il cavallo si sposta senza che tu lo guardi. Ti lascia a disposizione il suo territorio. Gli ho rimesso la capezza, l’ho anche lavorato nello stesso modo con una longhina senza che servisse tirare. La corda era solo una comunicazione ulteriore.

Ed ora arrivo alla conclusione della storia che mi sembra significativa.

Erano passato quasi due ore, mi ero molto divertito e vedendo Shine tranquillissimo dico a Chiara “OK, vai un po’ avanti tu, stai con lui e cerca di applicare le dinamiche che hai visto e che ti ho spiegato”.

Esco dal paddock e quando sto entrando in auto vedo Shine impazzito e Chiara spaventata.

Ritorno nel paddock e vedo Shine che mi guarda con l’atteggiamento estremamente aggressivo, orecchie indietro, sguardo piccolo verso di me, atteggiamento del tipo potrei scalciarti in una frazione di secondo.

Era arrabbiato con me, lui si era concesso a me ed io l’avevo abbandonato.

Questo lui non lo accettava. Sembrava fosse l’ennesimo abbandono che subiva nella sua vita e non lo sopportava.

A quel punto io mi comportai nel seguente modo che non so giudicare se fosse quello più giusto ma istintivamente feci così.

Presi tra due mani il frustino che era rimasto in terra vicino a me, lo alzai e lo mostrai Shine guardandolo dritto negli occhi.

Poi lo presi e lo gettai via.

Volevo dirgli semplicemente che se vuole potremmo anche fare guerra ma a me non piace la guerra.

Gli tesi la mano come per dirgli, ” e quindi se vuoi facciamo pace, ritroviamoci”.

Ripeto, non so se il mio gesto sia stato il motivo del cambiamento, ma a Shine ritornò lo sguardo degli occhi grandi e mi si avvicinò. Lo salutai e stemmo ancora un po’ assieme.

Questa esperienza mi turbò molto. Ancora adesso sento nostalgia di Shine, ma il tempo piovoso degli ultimi due mesi ed il ghiaccio mi ha reso impossibile ritornare da lui.

Aspetto la primavera e so che lo rincontrerò.

 

Curiosità dal maneggio

I pony giocano e Furia con loro!

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Il mondo dei pony

CavalliL’equitazione classica non prevedeva il lavoro con i pony.

Essa è nata nel mondo militare e da esso per anni ha attinto metodo, approccio, tecniche di insegnamento. Il lavoro con i pony non intende negare il valore della tradizione ma si pone ad un livello dove l’equitazione classica non dà risposte.

Con i pony possono lavorare tutti i bambini, non ci si pone l’obiettivo della selezione ma della loro crescita. Si può iniziare ad età molto piccole, anche prima dei sei anni. L’attività con i pony in altri paesi è diventata una materia scolastica di pari dignità rispetto a ginnastica e nuoto. E questo grazie ad un nuovo metodo ed un nuovo approccio, i pony games.

L’insegnante non dovrà essere solamente un bravo cavaliere ma avere anche nozioni di pedagogia e tecniche di insegnamento. I bambini, prima dei nove, dieci anni, imparano e comunicano in modo diverso da quelli di età superiore. Inoltre bisogna sfatare un mito, i pony non sono più cattivi dei cavalli, non scalciano e non mordono. Quelli che lo fanno andranno educati od allontanati. La mancanza di una cultura verso i pony ha creato una diffidenza verso di essi. In Italia non sono molti anni che si è iniziato questo nuovo modo di lavorare e chi lo fa può dirsi, in un certo modo, ancora un pioniere.

Nelle pagine successive inizieremo un discorso che si pone l’obiettivo di rendere meno sconosciuto il mondo dei pony ed il lavoro che si può fare con essi. Ho immaginato il tutto come un’intervista con domande e risposte per rendere meno pesante la lettura.

Ringrazio Jacques Cavè che ha portato in Italia dalla Francia una nuova cultura dell’equitazione e mi ha permesso di conoscere ciò che di seguito andrete a leggere.

Maurizio Picilli

Settimana a Tanamea

MusiPrecisamente a MUSI, da sabato 1 agosto, una ventina di piccoli cavallerizzi, accompagnati dagli istruttori Francesca e Maurizio (detto Furia), trascorreranno una settimana da sogno. Passeggiate a cavallo, giochi all’aperto, serate in compagnia.